Restando divisi dalla verità più intima che è Dio, o Cristo che vive in noi, siamo di fatto divisi da ciò che è sommamente reale e autentico nel nostro Io.
Ciò che si definisce, con un cliché teologico, "peccato originale" non è semplicemente un'impotenza morale, apparentemente ingiusta, contratta in nostra vece da qualche antenato in un lussureggiante boschetto: si tratta dell'inclinazione spontanea a risolvere la nostra frattura interna negandone l'esistenza e richiudendoci sull'unità superficiale ed esteriore dell'Io empirico.
In altre parole noi affermiamo la nostra unità a un livello poco profondo e precario tramite l'esclusione delle altre persone e l'isolamento della zona più profonda di libertà interiore in cui l'Io non ha più il pieno controllo cosciente.
Questo è un modo meschino per acquistare una relativa sicurezza; ci fabbrichiamo un'identità che riteniamo meglio gestibile e sopportabile. Tuttavia è una falsa identità, in quanto è solamente parziale e non rappresenta nemmeno ciò che di autenticamente personale è in noi.
In questo modo, esclusi dal nostro Io vero e profondo, restiamo degli esseri alienati, delle contraffazioni e delle maschere. Sprechiamo le nostre energie migliori rivestendo ruoli diversi e arbitrari. Non dedichiamo pienamente le nostre forze all'essere fedeli a ciò che è sommamente nascosto, unico ed esigente nel fondamento della nostra libertà.
Thomas Merton, da Leggere la Bibbia